Cucù e bubù: il gioco del ‘ci sono e non ci sono’

   “Cucù – cucù, mamma non c’è più!”. “Bubù – settete!”.

Voglia di giocare? Perché no? Si tratta di un gioco vecchissimo, conosciuto un po’ da tutti in molti paesi del mondo.

Chi, infatti, non è mai scoppiato a ridere sin da piccolissimo di fronte a mamma e/o papà che si nascondevano per poi riapparire all’improvviso, recitando queste buffe parole? Chi non ha mai fatto da più grande questo gioco con un fratello, un figlio, un nipote?

   Oltre al divertimento, non tutti in realtà conoscono il ruolo importantissimo, nello sviluppo psicologico del bambino, che questo gioco, così elementare e semplice, svolge.

Iniziamo con l’affermare che esso è apprezzato già a partire dai 6 mesi e che provoca nel neonato intense reazioni emotive: lo sparire del volto o dell’intera figura della madre e/o del padre, dietro alle mani, a un’altra persona o a un muro, provoca nel bambino un’intensa eccitazione, lo tiene con il fiato sospeso, produce in lui una piccola dose di spavento che termina, poi, però, con stupore, sorpresa e gioia al ricomparire delle persone care ai suoi occhi. Il gioco finisce con una fragorosa risata liberatoria da parte del piccolo.

A questa età il bambino, se lasciato solo, piange spesso disperatamente: questo accade perché, da un punto di vista evolutivo, non ha il senso del tempo, non è in grado di percepire l’altro come separato da sé e, cosa più importante, non possiede quella che gli psicologi chiamano ‘costanza’ o ‘permanenza dell’oggetto’. Spiegato in termini più semplici, il neonato non è capace di capire che l’altro che va via continua ad esserci e che può tornare; per il bambino piccolo l’assenza è non esistenza, quindi produce in lui angoscia  e terrore.

La capacità di comprendere che una persona non fisicamente presente non sparisce per sempre si acquista intorno agli 8 – 9 mesi di età.

   Il gioco del cucù o bubù – settete è il gioco del ‘ci sei – non si sei’, ‘ti vedo –  non ti vedo’, alternando momenti di presenza con altri di assenza.

In tal modo permette gradualmente al piccolo di imparare  a gestire l’ansia per la separazione dalle figure di accudimento, la paura dell’abbandono e l’esperienza della solitudine. Facilita l’acquisizione della ‘permanenza dell’oggetto’: attraverso un’attività di gioco, il bimbo apprende che mamma e papà possono sparire, ma poi riapparire. Allena, piacevolmente e in modo divertente, al distacco.

Il bambino, poi, che apprezza ripetere il gioco, coprendosi a sua volta il volto con le mani o nascondendosi interamente ai genitori, accresce la consapevolezza di sé in termini di separazione dall’altro.

Il gioco del cucù è, inoltre, il precursore del gioco del nascondino dove il celarsi all’altro continua ad esercitare il suo fascino anche tra i più grandicelli ed evolve nell’andare a scovarlo.

   Appare importante la gradualità del gioco in funzione dell’età del bimbo: con i più piccoli lo si può fare nascondendo solo il viso dietro le mani. In questo caso la scomparsa dell’altro non è totale e le mani, comunque, rivelano la presenza rassicurante della persona che sta giocando.

Successivamente il volto può essere occultato dietro un oggetto (un foglio di carta, un fazzoletto, ecc.); anche in questa situazione altri aspetti fisici dell’altro restano visibili e tranquillizzano il bambino.

Con il crescere del bimbo, invece, la persona che gioca può nascondersi interamente, ad esempio dietro a un muro; a questo punto la scomparsa dell’altro, anche se totale, sarà ben tollerata.

Anche il tempo, in cui si sparisce dal campo visivo prima di ricomparire, può variare gradualmente, allenando il piccolo a tollerare la frustrazione dovuta all’assenza.

   Concludo sottolineando ancora una volta l’importanza psicologica di un gioco, nato probabilmente in modo semplice e spontaneo, ma la cui funzione evolutiva ne ha permesso la sopravvivenza nel tempo fino ad oggi.

Dott.ssa Cinzia Cefalo

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