Mio figlio ha un problema. Le azioni da evitare

   Partiamo da una premessa fondamentale: non esiste il genitore perfetto, quello che non sbaglia mai!

Il difficile ‘mestiere’ di genitori non si impara certamente sui banchi. Non esistono scuole che rilasciano attestati che abilitano alla genitorialità.

Si apprende ad essere bravi genitori mettendosi in gioco quotidianamente, misurandosi con sfide e prove continue, superando difficoltà e limiti personali, insomma, ‘crescendo’ insieme ai figli stessi e per amore di essi.

 

Così spesso, pur nelle migliori intenzioni, si commettono errori. Amarli, purtroppo, non basta.

La ripetizione nel tempo di comportamenti educativi sbagliati può, tuttavia, produrre situazioni difficili da gestire e conseguenze negative sullo sviluppo psicologico dei figli.

 

Passiamo, quindi, ad analizzare gli errori genitoriali più comuni nella comunicazione con i figli, in special modo nella situazione in cui questi ultimi presentano un problema, di qualsiasi entità e natura(ad es. il non riuscire a fare un compito, subire le angherie di un compagno, essere eccessivamente timidi con gli altri, non riuscire a controllare la rabbia, ecc).

 

Affrontare un problema non è mai facile ed, indubbiamente, lo è ancor meno se questo appartiene a un figlio, qualunque età esso abbia. Subentra immediatamente la preoccupazione, l’agitazione e la paura di non essere in grado di gestirlo.

 

Il primo errore è sicuramente l’irresistibile tentazione, di fronte a un figlio in difficoltà, di trovare, in qualità di amorevoli genitori, rapidamente ed efficacemente una soluzione a posto suo, sostituendosi a lui pur di aiutarlo, proteggerlo, non vederlo star male e, perché no, sollevarsi dall’ansia che una situazione del genere provoca.

In tal modo, però, il messaggio al figlio è che da solo non è capace, non è in grado; lo si induce alla dipendenza. Il risultato è che il figlio non impara dall’errore, non cresce, non si responsabilizza, continuando ad avere bisogno, anche quando ormai è grande, di chi si occupa di lui.

Un secondo tipo di errore è quello di banalizzare il problema, nel tentativo di rassicurare: di fronte a uno sminuire e a un sottovalutare la situazione, il figlio non si sentirà capito, accolto, sostenuto o, cosa ben peggiore, penserà ‘sono scemo perché mi faccio ed ho problemi scemi’.

  Altro errore, sempre compiuto con l’intenzione di tirar su di morale, è fare complimenti falsi, ambigui e/o contraddittori, che negano l’evidenza e la realtà, impediscono il confronto costruttivo con il fallimento e i propri limiti e lo sviluppo della capacità di tollerare la frustrazione.

Essi finiscono per creare una doppia comunicazione e per  favorire la costruzione di una falsa identità, spesso su base narcisistica. Solitamente giustificano il figlio e, perciò, lo deresponsabilizzano e lo passivizzano.

 

Ancora, con l’obiettivo di non drammatizzare, di non dare troppa importanza al problema, si corre il rischio di evitare, deviare e schivare. In tal modo si comunica che il problema è inaffrontabile, non se ne può neanche parlare, non sono in grado di gestirlo neanche mamma e papà!

 

Altro messaggio negativo, perché disconfermante, è ‘per me il tuo problema non è poi così importante, quindi neanche tu sei importante’.

Errore diverso è quello, invece, che porta i genitori ad interpretare, fare gli esperti della situazione, facendo sentire il figlio ancora una volta incapace ed inferiore, o anche a fare la morale con l’aggiunta di frasi del tipo ‘te l’avevo detto io’.

   Sbagliato è, pure, persuadere con argomentazioni logiche, convincere che il genitore ha sempre ragione e quindi va ascoltato. Errato è ordinare di fare, minacciare, insultare ed accusare, insomma, usare autoritarismo e potere nella relazione con il figlio.

   Molti genitori, poi, tendono ad assumere un pesante atteggiamento investigativo ed interrogativo verso il figlio, trasmettendo messaggi di non credere e di non avere sufficiente fiducia in lui.

   Altra attitudine deleteria è giudicare, criticare e biasimare fino ad adottare uno stile genitoriale duro che scoraggia, svaluta, disconferma e colpevolizza.

   Sbagliato è, poi, paragonare e fare confronti con altri.

   Rischioso per la costruzione di un’identità negativa è etichettare il figlio in base al problema o all’errore commesso (‘sei un buono a nulla’, ‘sei un somaro’, ‘sei troppo timido’, ecc.).

   Altro errore gravissimo è beffarsi, essere sarcastici, ridicolizzare specie in pubblico.

Si tratta, in tutti i casi, di comportamenti che comunicano messaggi svalutativi e disconfermanti (del tipo ‘non esisti’), producono umiliazione e senso di inferiorità e si oppongono alla costruzione dell’autostima.

Infine, dopo la lista di azioni da evitare, concludo dicendo che per un figlio in difficoltà è importante avere un genitore disposto ad ascoltarlo in modo empatico ed accogliente, a sostenerlo e a contenerlo attraverso l’accettazione e la comprensione.

Per tutto ciò è ovviamente necessario che il genitore dedichi tempo ed attenzione al figlio ma, soprattutto, che non vada lui stesso in ansia di fronte al problema del figlio.

Dott.ssa Cinzia Cefalo

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