Effetti tossici della depressione sul cervello

La depressione è un disturbo molto conosciuto e diffuso nella popolazione generale. Può consistere in stati lievi e più o meno transitori, spesso in reazione a particolari situazioni stressanti e/o traumatiche, ma anche in forme più gravi e durature come nel caso della depressione maggiore. Si tratta, in ogni modo, di una patologia psichica che coinvolge sia la sfera affettiva che quella cognitiva con un elevato impatto sull’umore, sul comportamento e su alcune funzioni fisiologiche come, ad esempio, il sonno e l’appetito.

Per fare diagnosi di depressione maggiore, secondo il DSM 5, devono comparire 5 o più dei seguenti sintomi per almeno due settimane, uno dei quali deve essere necessariamente l’umore depresso o la perdita di interesse o piacere:

  • umore depresso,
  • marcata diminuzione di interesse e piacere,
  • significativa perdita o aumento di peso o diminuzione o aumento dell’appetito,
  • insonnia o ipersonnia,
  • agitazione o rallentamento psicomotori,
  • faticabilità e mancanza di energia,
  • sentimenti di autosvalutazione o di colpa,
  • ridotta capacità di concentrazione ed attenzione,
  • pensieri ricorrenti di morte.

Tali sintomi non devono essere riconducibili ad altra condizione medica o attribuibili agli effetti di sostanze. Essi rappresentano un cambiamento rispetto al precedente livello di funzionamento della persona in vari ambiti (sociale, lavorativo, ecc..) tale da recarle un disagio clinicamente significativo.

Studi recenti hanno dimostrato come la depressione sia in grado di produrre importanti compromissioni delle funzioni cognitive in associazione con alterazioni funzionali e morfometriche del cervello, compromissioni che si evidenziano già a partire dall’ottavo – decimo mese della malattia e che assumono dimensioni rilevanti nel caso di depressioni croniche e/o mai trattate.

Da ciò si evince un deficit cognitivo insito nel quadro depressivo, deficit che si caratterizza per un impatto non immediato ma di natura certamente progressiva. La depressione produrrebbe una sorta di ‘cicatrice cognitiva’ su cui ogni singolo episodio depressivo avrebbe un effetto cumulativo. Tanto più si ritarda il trattamento, tanto maggiori sono gli effetti del disturbo sul cervello e sulla sua funzionalità.

Secondo le ricerche sono principalmente tre le strutture cerebrali coinvolte: l’ippocampo, l’amidgala e la corteccia prefrontale. Negli individui in stato depressivo prolungato si osserva, spesso, un restringimento sia dell’ippocampo che della corteccia prefrontale, strutture responsabili rispettivamente, il primo, di funzioni di memoria e, la seconda, di regolazione delle emozioni e del comportamento. Tale restringimento sarebbe causato dalla riduzione della produzione di neuroni per effetto degli alti livelli di cortisolo prodotti in una situazione di stress duratura e persistente.

Per lo stesso motivo, l’amidgala, deputata alla gestione delle emozioni, subisce, al contrario, un ingrossamento e un’infiammazione per la sua continua e costante iperattivazione.

Numerose evidenze scientifiche rivelano nei soggetti con depressione cronica, con durata maggiore di 10 anni e mai trattata, una riduzione della materia bianca del cervello e uno stato di infiammazione con aumento della proteina traslocatrice Tspo. Gli effetti sul funzionamento cognitivo sarebbero paragonabili a quelli delle malattie neurodegenerative come l’Alzheimer e il Parkinson, anche se una diagnosi differenziale si rende, comunque, necessaria.

In ogni modo, persone con depressione in tarda età hanno deficit cognitivi maggiori rispetto ai loro coetanei.

Gli effetti tossici della depressione sul cervello producono conseguenze quali perdita di memoria, difficoltà di attenzione e concentrazione, rallentamento psicomotorio, ecc… con gravi ripercussioni sulla vita della persona nei vari ambiti (relazionale, lavorativo, ecc..).

Si rende, pertanto, necessario un trattamento efficace e tempestivo del disturbo, trattamento sia farmacologico, volto a ripristinare il normale equilibrio biochimico del sistema nervoso, sia psicoterapeutico, in grado anche quest’ultimo, come testimoniano i recenti studi, non solo di lavorare sull’individuazione e, quando possibile, rimozione delle cause della depressione, ma anche di produrre modifiche funzionali e strutturali del cervello in senso adattivo.

Dott.ssa Cinzia Cefalo

Immagine dal web

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