Lo ‘snobbare’ degli iperconnessi digitali. Il phubbing

Il termine Phubbing deriva dall’inglese phone (telefono) e snubbing (snobbare) e si riferisce all’atto di trascurare e ignorare qualcuno per concentrare, invece, la propria attenzione sullo smarthpone, atteggiamento ormai talmente diffuso e comune da non destare sorpresa e/o preoccupazione nella maggioranza.

Siamo un po’ tutti dei potenziali phubber, con il cellulare sempre in mano, in tasca o sul tavolo, come una protesi del nostro corpo di cui ci è impossibile fare a meno. Talvolta, tuttavia, finiamo veramente per esagerare.

In alcuni casi ci facciamo prendere da una vera e propria compulsione per il telefonino, tanto da controllarlo ogni cinque minuti, bisognosi di essere sempre connessi e continuamente aggiornati.

Capita allora che, anche quando siamo con gli altri, non riusciamo a distaccarci da esso e/o a smettere di stare sui social, leggere o inviare email, foto e messaggi. Un comportamento, insomma, che si rivela una vera e propria ossessione!

È così che ci isoliamo dall’ambiente circostante, siamo distratti, assenti e inaccessibili, poco interessati a chi abbiamo davanti, immersi nel virtuale ed isolati dal mondo reale.

Anche se oramai non siamo abituati a considerarlo tale, normalizzato e banalizzato come l’abbiamo, si tratta di un atto di mancanza di rispetto e di scortesia verso l’altro, in grado, perlopiù, di avere un impatto negativo sui rapporti e sulle nostre capacità di socializzazione.

La relazione interpersonale finisce per rivelarsi assai poco soddisfacente e per essere, al contrario, particolarmente alienante e frustrante.

L’effetto è, infatti, un peggioramento della comunicazione che, continuamente interrotta e privata della giusta attenzione, diventa povera e superficiale.

Ne derivano, inoltre, spesso, discussioni, liti e conflitti.

La persona che abbiamo vicino può sentirsi esclusa, trascurata e deprivata, vivere sensazioni come tristezza e solitudine nonché avere reazioni di ansia e rabbia.

Il phubbing costituisce una particolare forma di esclusione sociale che viola e nega importanti bisogni come quello di convivialità, di appartenenza, di accoglienza, di riconoscimento, ecc…

Proprio per questo, veicolando, più o meno implicitamente, un messaggio di non interesse e valore, mina, in special modo quando attuato da parte degli adulti nei confronti dei bambini, l’autostima personale.

Consiste, perlopiù, in una sorta di ritiro ed isolamento che toglie agli individui la possibilità di sviluppare, esercitare ed accrescere le innate umane capacità relazionali e di socializzazione.

Basti pensare a tutti i timidi, gli inibiti, gli introversi che, nel tentativo di evitare il confronto con l’altro, vi trovano un confortevole e comodo rifugio, al riparo da timori, insicurezze ed ansie di natura relazionale.

Questo assume ancora più importanza se parliamo di soggetti in età evolutiva che, riducendo e, in alcuni casi, quasi azzerando le esperienze interattive, si privano di importanti occasioni di crescita rivelandosi, poi, non di rado, incapaci di tollerare ed affrontare frustrazioni, delusioni e fallimenti che i rapporti reali comportano.

Si sta assistendo a una disumanizzazione della relazione con atteggiamenti sempre più distaccati ed anaffettivi come conseguenza di forti difficoltà, in particolar modo per i più piccoli, a distinguere la realtà circostante da quella virtuale.

È così che siamo tutti, nessuno immune, sempre più pericolosamente iperconnessi e, contemporaneamente, scollegati e distanti gli uni dagli altri.

Il cellulare, uno strumento nato per avvicinare e far comunicare chi è lontano, paradossalmente è finito, a causa di un uso troppo spesso smodato ed eccessivo, per allontanare e separare chi è già vicino e in contatto come, ad esempio, le famiglie.

Dott.ssa Cinzia Cefalo

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