Il più pericoloso degli apprendimenti: l’impotenza appresa

Negli anni ’60 lo psicologo americano M. Seligman fece una serie di esperimenti nei quali dimostrò come un animale, sottoposto ripetutamente a uno stimolo doloroso (una scossa elettrica) in condizioni che gli impedivano di evitarlo, anche quando la situazione cambiava, consentendogli, ad esempio, di fuggire, finiva per non farlo. 

Allo stesso modo degli studenti, precedentemente nell’impossibilità di far cessare un forte rumore, anche premendo dei pulsanti, smettevano di tentare di interromperlo pure se, introdotti in un’altra stanza, avrebbero potuto. 

In questi casi tanto l’animale quanto gli studenti apprendono che la situazione negativa è inevitabile e non dipendente dal loro comportamento; in altre parole che sono impotenti rispetto ad essa, cioè che non possono fare nulla per controllarla e cambiarla. 

Nella storia di Jorge Bucay un elefante, legato sin da piccolo ad un paletto conficcato nel terreno, ormai grande e perfettamente in grado di liberarsene, non ci prova neanche più perché abituato a credere, sulla base dei suoi insuccessi precedenti, di non riuscire a farlo.

Il comportamento che ne consegue è di rinuncia e di accettazione passiva di quanto accade: la percezione è, infatti, quella di non avere nessuna capacità e/o possibilità di cambiare il risultato con la propria azione, qualunque essa sia.

Questo apprendimento, una volta verificatosi, viene dato per scontato e non viene mai messo in discussione attraverso dubbi, interrogativi, successive prove e/o ulteriori tentativi: nella convinzione di essere destinati inevitabilmente a fallire, qualsiasi cambiamento della situazione viene ignorato e qualunque nuova opportunità non considerata come tale.

L’impotenza appresa è, quindi, il risultato di un’esperienza passata negativa di natura, spesso, intensamente e durevolmente traumatica.

Tuttavia, anche gli altri con frasi come ‘non sei capace’, ‘non ce la farai mai’, ‘che ci provi a fare’, ‘sei un buono a nulla’ possono condizionare la nostra percezione di noi stessi e della realtà circostante tanto da convincerci a desistere dal confrontarcici.

Se pur con finalità originariamente adattive e difensive (esprime un tentativo di protezione dalla disperazione, dall’ansia e dalla rabbia nei confronti di circostanze avvertite come ingestibili ed incontrollabili), si tratta di un meccanismo estremamente pericoloso che produce, se esteso e generalizzato, immobilismo, blocco emotivo/affettivo e inibizione comportamentale.

L’impotenza appresa finisce, infatti, con l’influenzare le diverse aree del funzionamento della persona: quella motivazionale (con conseguente apatia e disinteresse verso l’esterno, visto prevalentemente come un ostacolo difficile ed insormontabile), quella percettivo – cognitiva (il risultato è un’immagine di sé negativa e pessimistica e una concezione cinica e fatale della vita), quella emotiva (chi l’apprende ha, di fronte a qualsiasi asperità e difficoltà, vissuti di disperazione, ansia, inadeguatezza, insicurezza, ecc…) ed, infine, quella comportamentale (il soggettto rinuncia ad agire con ripercussioni ed effetti negativi in termini di adeguatezza, efficienza ed efficacia nei diversi ambiti e contesti della sua esistenza). 

Esistono ovviamente delle differenze individuali, che rendono taluni, a parità di condizioni ambientali avverse, più vulnerabili di altri a sviluppare l’impotenza appresa piuttosto che, al contrario, ad aumentare in resilienza e capacità personali.

Una buona dose di autostima e una sufficiente fiducia in sé si rivelano, spesso, un potente antidoto in tal senso. Ritroviamo, invece, l’impotenza appresa nei soggetti affetti da depressione o nelle vittime di violenza.

Indubbiamente, la protezione più efficace contro l’instaurarsi di tale meccanismo è imparare a tollerare, sin da piccoli, a piccole dosi, la frustrazione all’insuccesso e al fallimento e ad affrontarne, invece che evitarle e rifiutarle, le emozioni negative che ne conseguono, imparando a gestirle efficacemente. Solo così potremo sviluppare adeguate strategie di problem solving e di coping che ci renderanno perseveranti e tenaci di fronte alle difficoltà della vita.

Dott.ssa Cinzia Cefalo

Immagine dal web

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