L’effetto iatrogeno in psicoterapia

   Iatrogeno  (termine di derivazione greca dove ‘iatros’ significa medico e ‘gennan’ generare) è quell’effetto indesiderato, e spesso erroneamente non considerato a titolo preventivo, causato dall’intervento diretto o indiretto del medico nei diversi livelli della pratica curante (preventivo, diagnostico e terapeutico).

   In psicologia si parla di ‘nevrosi iatrogena’ per indicare una sintomatologia apparentemente somatica provocata o rafforzata dal medico in quanto incapace di riconoscerne la base emotiva.

   Tutte le terapie che funzionano hanno un rischio iatrogeno, dai farmaci alla chirurgia.

La psicoterapia non può fare eccezione. Se una cosa, per usare le parole di Semerari, non fa potenzialmente anche male, vuol dire che non fa niente.

In altre parole, un trattamento di qualunque genere che sia in grado di sortire un effetto può potenzialmente produrre sia conseguenze positive previste e desiderate che complicanze e danni inattesi e non voluti intenzionalmente; l’effetto dipende dall’uso  che se ne fa.

   Tutto questo rimanda a problemi etici e di responsabilità professionale.

È importante, da parte del professionista, saper ammettere gli errori, ricercare la causa dei fallimenti ed imparare da essi.

Come sempre, inoltre, non bisogna sottovalutare il potere dello psicoterapeuta (come quello di qualunque medico) nella relazione con il paziente nell’influenzare sentimenti, pensieri, atteggiamenti e comportamenti di quest’ultimo verso la sua patologia. Ricordo, a tal proposito, i noti effetti placebo e nocebo, da me già trattati in precedenza in altri articoli.

In psicoterapia assistiamo a diverse cause di possibili effetti iatrogeni.

Primo tra tutti c’è il ritardo nell’individuazione e nel riconoscimento del problema, cosa che avviene molto spesso per alcune patologie psicologiche e psichiatriche come, ad esempio, il disturbo bipolare, scambiato frequentemente per ansia o attacchi di panico e trattato per anni inadeguatamente, non solo da un punto di vista psicologico ma anche farmacologico.

Effetti iatrogeni anche gravi possono, quindi, essere conseguenza di errori e difficoltà nel fare accurate e precise diagnosi differenziali.

In altre situazioni, poi, le indicazioni e i trattamenti possono essere sbagliati, non di rado a causa delle diagnosi errate di cui sopra ma a volte anche per incompetenza ed inesperienza professionale nel condurre una psicoterapia.

Un altro effetto iatrogeno alquanto deleterio, e purtroppo abbastanza frequente, è lo sviluppo di dipendenza nei confronti del terapeuta e della terapia, dipendenza favorita da un’incapacità da parte del professionista di gestire adeguatamente la relazione con il paziente.

Ancora, si possono vedere sviluppare atteggiamenti oppositivi nei confronti dei farmaci, con conseguente rifiuto di assumerli anche quando veramente necessario, atteggiamenti più o meno inconsapevolmente indotti da un terapeuta tendenzialmente contrario al loro uso e sponsorizzante il trattamento psicologico come l’unico e il più valido in assoluto. I rischi e i pericoli che ne conseguono sono ben comprensibili a tutti.

In ognuno di questi casi assistiamo, non solo all’impossibilità di trattare efficacemente il disturbo, ma anche e soprattutto ad effetti negativi sul suo andamento, effetti non dipendenti esclusivamente dalle dinamiche interne del paziente ma causati e/o rafforzati dalla psicoterapia e dallo psicoterapeuta, iatrogeni appunto.

Può capitare allora che il problema venga momentaneamente spostato su altre aree senza essere, tuttavia, risolto o che i sintomi peggiorino e si consolidino (rendendo più complicato qualsiasi intervento terapeutico successivo) o, ancora, che compaiano nuove e più intense problematiche.

Dott.ssa Cinzia Cefalo

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