Quell’irresistibile e incontenibile voglia di viaggiare. La Sindrome di Wanderlust

    Quando l’estate finisce, molti di noi accantonano l’idea di viaggi e vacanze e ripongono, nostro malgrado, le valigie in soffitta in attesa delle prossime ferie (purtroppo per la maggioranza perlopiù estive, appunto!).

   Chi proprio non ci sta  e diventa insofferente alla ripresa della vita quotidiana e allo stare fermo in un posto è chi soffre della Sindrome di Wanderlust, detta anche malattia del viaggiatore.

Non si tratta, in realtà, di una vera e propria patologia ma di un atteggiamento (che può, però, divenire problematico se portato all’eccesso) che caratterizza alcuni soggetti dotati di un’irrefrenabile ed incontenibile continua voglia di viaggiare.

   Wanderlust è, infatti, un termine tedesco che significa desiderio di girovagare.

Si tratta di individui con una vera e propria mania per i viaggi. Lo scopo principale della loro vita è quello di esplorare il mondo, visitare luoghi sconosciuti  per conoscere posti diversi e gente nuova.

Incapace di rimanere a lungo nello stesso luogo, la persona con Sindrome di Wanderlust arriva a spendere tutti i suoi soldi per ‘vagabondare’ verso mete sempre diverse.

La sua diventa una vera e propria fissazione: al fine di organizzare il prossimo viaggio segue programmi televisivi e documentari sul tema, frequenta agenzie di viaggi, naviga in rete alla ricerca di posti da visitare, tiene continuamente la valigia pronta, ecc…

Il suo pensiero, insomma, è sempre quello di una prossima imminente vacanza, anche quando è appena rientrata dall’ultimo viaggio.

   I soggetti affetti da malattia del viaggiatore sono individui aperti, curiosi, creativi, intolleranti ed avversi alla vita routinaria e sedentaria che finiscono per vivere come un forte peso e un elevato senso di costrizione, quasi come fossero tenuti forzatamente in gabbia.

Hanno un frenetico bisogno di muoversi e un’incessante voglia di fare nuove esperienze al di là delle barriere geografiche e culturali; desiderano di continuo ampliare le proprie conoscenze e i propri orizzonti.

Possiedono una gran fame di vita e sono incessantemente alla ricerca di nuove avventure, affascinati ed attirati da tutto ciò che è a loro sconosciuto.

   Per molti di loro, tuttavia, viaggiare è un modo per sfogare irrequietezze personali ed insoddisfazioni quotidiane in un’eterna e vana fuga da esse nel tentativo di evitarne il confronto.

Il timore è quello di affrontare i propri fantasmi interni e le proprie difficoltà con la realtà che li circonda. Il viaggio diventa, allora, l’antidoto per ‘curare’, evadendo,  vecchi conflitti ancora fortemente attuali, tensioni interiori, ansie, preoccupazioni, ecc….

   Una ricerca pubblicata dalla rivista Evolution and Human Behaviour, invece, sostiene che la Sindrome di Wanderlust sia dovuta alla presenza, negli individui che ne ‘soffrono’, di un particolare gene, recettore della dopamina. Ne sarebbe dotata solo il 20% della popolazione mondiale!

Secondo tale teoria, l’impulso naturale ed innato a spostarsi e ad esplorare con curiosità l’ambiente circostante, istinto tipico e caratteristico dell’essere umano, sarebbe più accentuato e meno facilmente contenibile in questi individui.

   In ogni modo, siano essi possessori del gene succitato o no, i soggetti con malattia del viaggiatore possono sperimentare difficoltà e ripercussioni, a volte anche gravi, per il loro singolare stile di vita, specie quando condotto all’estremo (ad esempio problemi a trovare un lavoro per mantenersi – anche se ci sono state persone, come i travel blogger, che sono state in grado di fare della loro ‘ossessione’ un mestiere) nonché vivere elevate dosi di frustrazione e malessere qualora si trovino, per diverse ragioni, nell’impossibilità di realizzare il loro bisogno di ‘gironzolare’.

Il rischio è, poi, di scivolare verso un adattamento superficiale e sfuggevole alla realtà e di caratterizzare nel senso dell’instabilità e della transitorietà le relazioni con gli altri, relazioni che, se pur spesso numerose, finiscono per essere, di frequente, piuttosto effimere e poco profonde.

Dott.ssa Cinzia Cefalo

 

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