Quando la malattia è per sempre. L’importanza dell’accettazione

   Accettare una malattia cronica, di solito grave e fortemente invalidante come, ad esempio, possono essere il diabete, l’HIV, i  disturbi neurodegenerativi quali demenza, morbo di Parkinson, ecc, non è facile, né tanto meno scontato ed automatico.

   Di fronte alla scoperta di una patologia capace di influenzare, più o meno pesantemente, ma comunque in modo persistente, irreversibile e permanente, il proprio stato di salute e il successivo corso della propria esistenza, il primo impatto è indubbiamente traumatico, un vero e proprio shock, con reazioni, molte volte, di rifiuto, negazione ed evitamento.

La persona, spesso, tende a non credere alla diagnosi,  a richiedere e  a fare ulteriori accertamenti e visite, ad attribuire colpe e responsabilità all’esterno, ecc.

Successivamente, davanti ad una condizione che si rivela man mano sempre più palese ed innegabile, l’individuo, in preda ad uno stato emotivo di incertezza e confusione, si chiede il perché di quel che sta vivendo (perché proprio a lui), cerca ragioni e spiegazioni per placare ansia, dubbi e perplessità.

Sono, allora, frequenti reazioni di collera e rabbia ma anche di paura ed angoscia.

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Possono comparire disturbi dell’umore con sintomi quali intrusività e negatività dei pensieri e delle idee, difficoltà di concentrazione, problemi di sonno ed incubi, stato emotivo disforico, ecc…

   La malattia cronica costringe, come ogni malattia ma con l’aggravante del fattore ‘a tempo indeterminato’, se così si può dire, a cure ed attenzioni particolari richiedenti cambiamenti di abitudini e di aspettative di vita.

Il più delle volte produce, in maniera più o meno seria a seconda dei casi, limitazioni fisiche ed alterazioni delle funzioni corporee che si riflettono sulle capacità e sulle abilità del soggetto. Anche l’aspetto esteriore può esserne influenzato.

Tutto ciò condiziona pesantemente la percezione che l’individuo ha di sé e del suo aspetto fisico. La persona si trova costretta a dover ridefinire il suo schema corporeo e, con esso, l’intera immagine di sé, in funzione di nuovi limiti che lo condizionano e lo ostacolano quotidianamente.

La perdita di aspetti estetici, funzionali ed esperenziali di sé comporta un vero e proprio lutto difficile da affrontare ed elaborare.

Viene ad essere messa in discussione la totalità dell’identità del soggetto, nelle dimensioni non solo personali ma anche relazionali e sociali, con la necessità, non di rado, di rivedere, sulla base delle proprie difficoltà, le  mansioni e i ruoli abituali (ad esempio familiari, lavorativi, ecc…).

L’impatto sull’autostima può, in molti casi, essere devastante con un’importante diminuzione del  senso di autoefficacia e di valorizzazione personale nella valutazione di sé.

   Quanto sopra detto evidenzia gli importantissimi risvolti psicologici di una patologia cronica.

Proprio per i numerosi aspetti implicati è, all’inizio e, tante volte, non solo, molto difficile accettare di esserne malati.

Può succedere che la persona riconosca ed accolga l’idea della malattia sul piano pratico, cognitivo e razionale accettandone conseguenze e complicanze, curandosi, ecc.. ma che, a livello affettivo, ciò non avvenga, continuando, ad esempio, a vivere la situazione con distacco e freddezza emotiva, come se non la riguardasse direttamente, o, all’opposto, in lotta con essa e nella speranza di guarire.

Nelle migliori situazioni si assiste  a una rassegnazione e/o a un adattamento passivo e superficiale al disturbo.

   Un’accettazione completa della patologia cronica, sia a livello affettivo – emotivo che cognitivo – comportamentale, non può prescindere da un lungo, difficile e, spesso, doloroso processo di rielaborazione e ristrutturazione di sé e della propria identità e comporta una revisione dell’immagine di sé in grado di includere, in chiave positiva e costruttiva, le limitazioni e le problematiche personali  (cogliendone magari eventuali ‘vantaggi’ ed opportunità nascosti) e di potenziare e valorizzare le altre capacità e risorse del soggetto.

Solo in questo modo la persona apparirà in grado di gestire efficacemente ed efficientemente la malattia, padrona di sé e protagonista della sua vita nonostante tutto.

In questa maniera si eviterà, infine, l’identificazione totale dell’individuo con la sua patologia: in altre parole, il soggetto non finirà, come spesso avviene, per essere solo ed esclusivamente il suo problema ma manterrà una sua identità che, se pur costretta a prendere in considerazione la malattia e a viverne in funzione nella vita di tutti i giorni, non  vedrà da questa assorbita tutte le sue forze, le sue attenzioni e i suoi interessi. 

Questi ultimi, infatti, se pur riorientati e rivisitati, potranno essere ancora diretti verso obiettivi e mete di soddisfazione e realizzazione personale.

   In alcuni casi perché questo avvenga si rende necessario l’intervento di un  adeguato supporto psicologico alla persona.

Da non dimenticare, concludendo, l’importanza di sostenere ed aiutare psicologicamente, nella direzione dell’accettazione della patologia cronica, l’intera famiglia del malato, risorsa preziosa per l’individuo stesso.

Dott.ssa Cinzia Cefalo

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