I complessi. Cosa sono e cosa significa averne uno per la psicologia

   Quante volte ci siamo sentiti domandare:  – “avrai mica il complesso di inferiorità?” –  o dire: – “ho sempre avuto il complesso di essere basso” –  o ancora: – “quel ragazzo è veramente complessato”?

Ma cosa è in realtà un complesso? Che significa esattamente avere un complesso? Cosa vuol dire essere complessato?

Partiamo dalla definizione del termine che ci dà il dizionario: dal  latino complecti, cioè stringere, abbracciare, comprendere, il complesso è, per il vocabolario italiano, un qualcosa costituito da più elementi formanti un’unità funzionale (ad esempio un complesso musicale).

Insomma è un insieme dotato di una sua funzionalità.

Complesso, inoltre, significa anche complicato e difficile (come è, altronde, una totalità pluri e multi-composta!).

Nel gergo colloquiale, tuttavia, la parola viene, spesso, usata anche con un altro significato, quello psicologico, ben diverso, comunque, da quello prettamente tecnico e professionale.

Se nel linguaggio comune, infatti, si è soliti intendere per complesso un aspetto che caratterizza in senso negativo la personalità del soggetto, come un vizio o un difetto, capace di influenzarne pensieri, sentimenti ed azione, in psicologia, in realtà, si considerano, più in generale, complessi (termine perlopiù non molto usato oggi e la cui origine etimologica nell’accezione psicologica sembra derivare dal tedesco komplex) semplicemente le strutture psichiche che si formano, a livello più o meno inconscio, a partire dalle primissime esperienze infantili nelle relazioni con l’ambiente esterno, specie con i genitori.

Si tratta, quindi, di organizzazioni strutturali che tengono insieme contenuti psichici diversi come immagini, ricordi, idee, affetti, ecc… e che finiscono per condizionare l’intera esistenza della persona in quanto responsabili del suo funzionamento interiore e del suo comportamento all’esterno.

In altre parole, è il modo in cui una data esperienza viene organizzata e  strutturata nel corso della vita.

   I complessi non sono necessariamente patologici (come dire… secondo quest’accezione siamo un po’ tutti necessariamente ‘complessati’) ma, in alcuni casi, possono dare origine a situazioni problematiche e a manifestazioni sintomatiche, soprattutto quando  riferiti a esperienze particolarmente negative e traumatiche del passato, fortemente incisive e totalizzanti,  e/o tra loro separati e in conflitto con la più ampia e globale organizzazione della personalità.

Il termine veniva usato in campo psicologico già ai tempi di Breuer.

Freud ne parlava come di un nucleo organizzato, più o meno inconscio, di rappresentazioni e ricordi dall’alto valore affettivo, in grado di influenzare emozioni, atteggiamenti e comportamenti del soggetto, formatosi attraverso alcune (in realtà poche e per lui ben individuabili e prevedibili perché comuni a tutti) esperienze basiliari (da qui, ad esempio, il complesso di Edipo e quello di castrazione).

Per Jung i complessi erano, invece, nuclei problematici personali, poco coscienti all’individuo, dal forte significato ed impatto emotivo – affettivo. Si trattava, in altre parole, di disturbi di diverso tipo e genere derivanti da una molteplicità di esperienze soggettive.

Infine, Adler parlò di complesso di inferiorità come di una naturale e primaria esperienza insita nella condizione infantile di debolezza che porta, però, il bambino, durante il processo evolutivo, a sforzarsi per farsi valere per autodeterminarsi e realizzarsi nel suo ambiente di vita.

Oggi il termine complesso è abbastanza in disuso in campo scientifico ma continua, al contrario, ad essere ampiamente utilizzato, non solo nel gergo comune ma anche dagli addetti alla materia, in tono perlopiù colloquiale per parlare di un insieme di caratteristiche o sindromi che connotano in un determinato modo l’individuo come, ad esempio, il complesso di Cenerentola, quello di Aristotele, quello di Brummel, ecc…

Dott.ssa Cinzia Cefalo

 

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