Rendiamo forti i nostri figli. Insegniamo loro a tollerare la frustrazione

   Tutti noi adulti sappiamo bene cosa sia la frustrazione. Più di una volta abbiamo sperimentato cosa si prova di fronte alla mancata gratificazione di un desiderio e all’impedimento nella soddisfazione di un bisogno. Abbiamo imparato a fare i conti, costretti a tirare avanti, con quella sensazione, più o meno intensa, di privazione, mista a delusione (dal latino frustratio – onis) ed impotenza.

In qualità di genitori vorremmo evitare ai nostri figli tale sofferenza, vorremmo proteggerli e così li ricopriamo di tutto ciò di cui hanno bisogno e realizziamo ogni loro richiesta.

Spesso, poi, compiacendo i nostri figli, non facciamo altro che realizzare i nostri bisogni e desideri rimasti inappagati nel passato.

O, ancora, visto che non abbiamo sufficiente tempo per stare appresso ai loro capricci, tanto vale accontentarli per non sentirli e, contemporaneamente, placare ansie e sensi di colpa per la nostra poca disponibilità.

Il maggior benessere e l’aumentata disponibilità economica, rispetto ai genitori delle generazioni precedenti, ci rendono tutto questo ancora più facile.

Tuttavia, imparare, gradualmente e per piccole dosi, a tollerare la frustrazione rende i bambini più forti ed in grado di affrontare le avversità future. Su tale apprendimento si basa il processo di sviluppo dell’autostima. Permette di responsabilizzarli e li dota di resilienza, la capacità, cioè, di far fronte in maniera positiva ed efficace ad eventi difficili e traumatici.

Al contrario, bambini viziati, sempre accontentati ed iperfacilitati in tutto, diventeranno adulti con un Io debole, non in grado di far fronte alle difficoltà della vita che percepiranno, in modo ansioso, come minacce, reagendo con aggressività, non tolleranza e depressione.

Di seguito alcuni consigli per insegnare ai nostri figli a tollerare la frustrazione.

  • Non dire sempre di sì. Non tutte le richieste possono essere soddisfatte. Il no, nei casi di una  reale ed effettiva necessità, opportunamente ed adeguatamente motivato e spiegato, aiuterà il bambino a comprendere e ad adattarsi alla situazione. I no servono a  crescere.

  • Non cedere ai capricci. Di fronte all’insistenza del figlio che piagnucola, strilla e sbatte i piedi per ottenere ciò che vuole, l’atteggiamento del genitore deve rimanere fermo e deciso. Cedere ed accontentarlo significa rinforzare il comportamento del bambino che alla successiva occasione rincarerà la dose. Si otterrà, in tal modo, un bambino sempre più capriccioso e difficile da gestire.

  • Insegnare ad aspettare. Non sempre è possibile avere o fare subito ciò che si desidera. Quando è necessario, rimandare a un momento successivo, spiegando il perché e stabilendo tempi e condizioni. Anche in questo caso, il bambino imparerà ad adattarsi. Non fate, però, promesse che non potrete mantenere: in tal caso è meglio dire di no.

  • Permettere di sperimentare il desiderio. Il desiderio è il motore della vita: spinge all’azione, alimenta la curiosità e la fantasia, è alla base della cultura e dell’arte.  Una società in cui non si ha più niente da desiderare, perché si può facilmente avere tutto, produce una generazione sterile, depressa, apatica. Oggi, alcuni bambini neanche devono chiedere che hanno già tutto. Non considero questa una posizione privilegiata ma, al contrario, un’alienante condizione in cui si è privati della libertà di desiderare.

  • Consentire di fare da soli e di sbagliare. Si tratta di accompagnare, sostenere e guidare i figli nelle piccole difficoltà quotidiane, non di sostituirsi a loro nel timore che sbaglino. I genitori per primi, devono accettare il fatto che i propri bambini possano commettere errori ed insegnare loro a rimediare. Importante è non idealizzare il bambino ma, al contrario, averne una percezione realistica e completa: non quindi un essere perfetto e infallibile, specchio del proprio ego genitoriale, ma un individuo completo con  limiti e difetti accanto, comunque, a risorse e capacità. È, inoltre, da evitare ad ogni costo il confronto con gli altri (fratelli, sorelle, cugini, amici, ecc.).

  • Non complimentarsi in modo falso. Elogiare un bambino anche quando sbaglia o  quando non c’è motivo comporta il rischio di indirizzare pericolosamente in senso narcisistico lo sviluppo dell’identità.

  • Non giustificare sempre. Stargli vicino, mostrargli empatia e comprensione per aiutarlo ad affrontare la difficoltà o l’errore, che non va mai, comunque, giustificato o lasciato correre.

  • Comunicare come ci fa sentire il suo comportamento e quale conseguenza ha prodotto.  L’ottica è quella di responsabilizzarlo, non colpevolizzarlo. Quindi no ad atteggiamenti critici, di svalutazione e di biasimo, sì ad una comunicazione empatica ed efficace.

  • Insegnare a insistere e a perseverare per rimediare agli sbagli e per ottenere risultati. Il messaggio che deve passare è che le cose si ottengono con fatica, impegno e dedizione.

  • Non dire bugie per evitare la frustrazione. I bambini sono in grado di capire qualsiasi situazione se si usa un linguaggio adatto alla loro età. Dire sempre come stanno le cose è la base di una relazione tra genitori e figli basata sulla fiducia e sull’apertura.

  • Parlare di ogni problema. Eludere ed evitare i problemi contribuirà allo sviluppo da parte del bambino della convinzione che ci sono cose che non si possono affrontare perché troppo difficili e/o dolorose e che gli altri ritengono che non sia in grado di capire e/o risolvere.

   E, infine, per me il più importante, il consiglio di dare, in qualità di adulti, il buon esempio nell’affrontare e gestire la propria frustrazione personale.

Dott.ssa Cinzia Cefalo

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