Quando la tartaruga si ritrae nel guscio per non uscirne più. Gli hikikomori

   Hikikomori, dal giapponese hiku (tirare) e komoru (ritirarsi), significa letteralmente mettersi in disparte, isolarsi.

Gli hikikomori sono giovani che si ritraggono e chiudono totalmente in sé stessi, come una tartaruga nel suo guscio, per non riuscire, da soli, ad uscirne più.

In Giappone, dove il fenomeno ebbe inizio a partire dalla seconda metà degli anni 80, vengono così definiti i soggetti caratterizzati da comportamenti di ritiro massiccio ed esclusivo dalla vita sociale: questi individui, in assenza di altre patologie psichiatriche gravi come schizofrenia o ritardi mentali, giungono a livelli estremi di isolamento e confinamento che comprendono il rifiuto e l’abbandono della scuola o del lavoro e l’assenza totale di rapporti con amici e, persino, familiari conviventi. Essi vivono, per anni, completamente reclusi nella loro stanza, dalla quale non escono, a volte, neanche per mangiare o lavarsi, se non di notte, di nascosto per evitare il contatto con il resto della famiglia.

La camera finisce per essere il guscio protettivo dove ‘i tartarughini’ possono vivere tranquilli, interamente al riparo dai rischi e dai pericoli della società esterna.

Gli hikikomori passano il tempo nell’ozio più completo oppure guardando la tv, leggendo libri o navigando su Internet, dove le relazioni virtuali finiscono con il sostituire i rapporti fisici reali con il difficile mondo esterno.

Alcuni psichiatri li hanno chiamati ‘gli eremiti post – moderni’.

Essi possono apparire letargici, apatici, privi di interessi, con, non di rado, comportamenti ossessivo compulsivi, come l’automisofobia (paura di essere sporchi), e/o manie di persecuzione.

Gli hikikomori si chiudono in una corazza personale, totalmente inaccessibile ed impenetrabile agli altri. Quando costretti a tirar fuori la testa dal guscio, spesso il loro atteggiamento diventa aggressivo, soprattutto verso i genitori che, in preda alla disperazione, li sollecitano ad un comportamento più aperto.

Il loro è un ritiro narcisistico con caratteristiche di autosufficienza: vogliono stare soli e ci stanno bene.

Il ritrarsi nel guscio è l’unica soluzione che riescono a trovare di fronte ai vissuti di vergogna e al senso di inadeguatezza, fallimento ed incapacità personale che sperimentavano nel rapportarsi agli altri. Spesso manifestano sentimenti di sfiducia, disprezzo e rassegnazione verso la società, nei confronti della quale si sono sentiti, troppo spesso, impotenti, timorosi e di troppo e nella quale si vedono, di frequente, come perdenti e senza futuro.

Il guscio è la risposta al senso di alienazione ed estraneazione dall’ambiente in cui vivono. Esso finisce, tuttavia, per diventare una trappola, una prigione dalla quale è quasi impossibile uscire da soli: il lungo e completo isolamento sociale in cui vivono produce in loro un’ulteriore perdita di competenze sociali e di abilità comunicative e quel mondo, che faceva già tanta paura, diventa ancor più terrificante e da evitare. La corazza nella quale si sono rinchiusi diventa tutto ciò che li sostiene e li ‘nutre’.

Alla convinzione di poter far a meno di tutto e di tutti viene, poi, incontro la tecnologia moderna, dove il rifugio nel mondo virtuale, in sostituzione di quello reale, contribuisce, illusoriamente, a dare una parvenza di sufficiente normalità ed apertura all’esterno.

Gli hikikomori sono i giovani che rifiutano, non riuscendoci, di adattarsi ed integrarsi nella realtà sociale, che manifestano un atteggiamento di chiusura oppositiva e resistente di fronte alle elevate aspettative della famiglia e/o alle pressioni verso il successo e la realizzazione personale di una società moderna altamente competitiva.

Sono, spesso, ragazzi con il timore di fallire e non in grado di tollerare la frustrazione derivante dall’insuccesso o dall’impopolarità. Sono adolescenti, e non solo, con il capo ritratto nel guscio perché, di frequente, fragili, introversi, timidi, spesso vittime di bullismo.

Una pluralità di cause contribuisce, quindi, all’insorgere del fenomeno: fattori individuali, sociali, familiari, culturali e scolastici.

In Giappone, dove il fenomeno è stato studiato soprattutto come problematica sociale, gli hikikomori nascono come rifiuto e ribellione a una società eccessivamente conformista, uniformante ed omologante, dove lo sviluppo tecnologico è elevato, il bullismo a scuola dilaga e la famiglia appare caratterizzata dall’assenza del padre e dalla presenza iperprotettiva, ed inducente alla dipendenza, della madre.

Partito dal Giappone, il fenomeno, già dagli inizi del XXI sec., si è diffuso anche in Europa e negli USA.

Negli ultimi anni si sono registrati numerosi casi anche in Italia. Si tratta prevalentemente di maschi, dal ceto sociale medio alto, tra i 19 e i 30 anni (anche se l’età di insorgenza del disturbo si sta abbassando recentemente).

Il trattamento degli hikikomori appare difficilissimo.

Il primo passo è riuscire a far riconoscere loro di avere un problema; il secondo è farli uscire alla ricerca di aiuto. Talmente difficile l’impresa che spesso sono i genitori, almeno all’inizio, a portare in casa le figure professionali in grado di intervenire.

La terapia consiste, comunque, nell’uso contemporaneo di farmaci ed intervento psicologico.

Dott.ssa Cinzia Cefalo

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