Figli che si pre-occupano dei genitori. Il rapporto paradossale e l’inversione di ruolo

   Il gesto premuroso e pieno di attenzioni di un bambino nei riguardi di un adulto fa sorridere. Un figlio che si preoccupa per un genitore, poi, produce ancora più sentimenti di tenerezza e simpatia.

In realtà il bambino impara presto a preoccuparsi di come stanno mamma e papà  (anche perché sono loro a doversi prendere cura di lui, visto che non è in grado ancora di farlo da solo) e si allerta e si attiva, arrivando paradossalmente ad occuparsi di loro, quando percepisce che qualcosa non va.

Nella maggioranza dei casi, quando tutto fila liscio ed i genitori sono in grado di occuparsi adeguatamente dei figli, ciò avviene solo in determinate circostanze e non altera il normale rapporto genitore –  figlio in cui, appunto, è solitamente  e ‘fisiologicamente’ il primo a pre/occuparsi del secondo.

   Tuttavia per molti bambini, che vivono in condizioni particolari, il prendersi cura emotivamente, e a volte non solo,  dei loro genitori diventa un’esperienza quotidiana normale ed abituale, particolarmente intensa e dolorosa.

Parliamo in tal caso di rapporto paradossale e di inversione di quelli che dovrebbero essere i rispettivi ruoli.

In queste situazioni i genitori, per i più disparati motivi, non riescono ad esercitare il loro ruolo e i bambini si ritrovano a fare loro affettivamente da padre o madre, invertendo il naturale ordine delle cose.

Spesso le cose semplicemente non vanno come dovrebbero, senza l’intenzione e/o la colpa di nessuno, come nel caso di genitori sempre stanchi ed assenti perché costretti, magari soli (vedovi o separati) e senza aiuto, a lavorare pesantemente tutto il giorno o a prendersi cura a tempo pieno di altri familiari, come nonni molto anziani, malati o invalidi e/o fratelli maggiori o minori con difficoltà di diversa natura (problemi fisici e/o psicologici vari, tossicodipendenza, ecc.).

A volte sono loro stessi ad ammalarsi fisicamente e a finire per non essere più capaci di badare, come dovrebbero, ai propri figli.

A tutti questi si aggiungono genitori con problematiche psicologiche tra cui alcolismo, tossicodipendenza, depressione e disturbi di ansia, quelli tanto immaturi da non essere in grado di assumersi gli oneri e le responsabilità della genitorialità e, infine, quelli alle prese con conflitti personali (di coppia, con la famiglia di origine, ecc.) che non riescono a risolvere e gestire.

In tutti questi casi i figli, non solo imparano a fare da soli, ma spesso di occupano e preoccupano anche di mamma e papà.

Capaci di percepire, in modo straordinario, stati d’animo e sofferenze dei genitori, anche quando abilmente a loro nascoste e non comunicate, essi cercano, in ogni modo, di non essere ulteriore motivo di preoccupazione per i genitori che vedono sempre stanchi, angosciati e/o sofferenti. Arrivano a pensarsi come capaci di disturbare, infastidire e, quindi, far star male ancora di più i genitori.

Si tratta di bambini iperadultizzati che crescono precocemente diventando responsabili e maturi troppo presto, costretti a colmare il vuoto affettivo e il senso di abbandono (che non li lasceranno per tutta la vita) con una maschera di falsa ed apparente autonomia e pseudoindipendenza.

Nella loro breve vita hanno già imparato che devono fare da soli e non possono fare affidamento su nessuno quanto ad appoggio e sostegno.

Viene a loro negata ed impedita l’esperienza di dipendenza, quella fisiologica ed indispensabile esperienza che permette ai bambini, sin dalla nascita, di soddisfare bisogni tanto fisici (quello di mangiare, di tenersi puliti, ecc..) quanto affettivi (di essere amati, apprezzati, rassicurati, ecc.), che sta alla base del forte ed insostituibile legame che si instaura tra il piccolo e le figure di accudimento e che è necessria per un sano ed armonico sviluppo psicofisico.

Normalmente poter dipendere dal genitore consente al bambino di sviluppare la consapevolezza di poter contare su qualcuno che lo pensa, che si occupa di lui e che lo ama.

In tal modo, perché ha bisogno dei suoi genitori, impara ad amarli e successivamente, a partire da tale esperienza, ad amare se stesso e  gli altri che conoscerà in futuro.

Ancora, è dal poter dipendere dagli altri che il bambino sviluppa autostima, fiducia e sicurezza in sé che lo condurranno gradualmente verso la sua vera autonomia.

Quando ciò non è possibile le conseguenze da grandi sono devastanti: si avranno adulti, apparentemente autonomi ed indipendenti, non in grado realmente di occuparsi di se stessi e delle proprie necessità affettive, conflittuali rispetto ai propri bisogni di dipendenza negati, rimossi e rifiutati, in difficoltà nel chiedere, appoggiarsi e lasciarsi andare con gli altri, incapaci di nutrirsi con fiducia delle relazioni e di colmare l’angosciante vuoto interiore.

Dott.ssa Cinzia Cefalo

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Immagine dal web

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